giovedì 18 marzo 2010

Un parere diverso circa la diagnosi tardiva, non e' troppo tardi?


Da bambinonaturale.it leggiamo un interessante articolo della Dottoressa Mazzoli Federica circa la diagnosi tardiva.
Ci sono pareri discordanti a riguardo, e' vero che ci siamo sempre sentiti dire che un recupero dopo la quinta elementare e' praticamente impossibile, che la riabilitazione logopedica e' inutile.
Questo articolo invece infonde speranza in merito...quindi e' possibile un miglioramento anche dopo i 10 anni?



Ormai è troppo tardi…
Questo lavoro nasce dal cuore...non che gli altri articoli siano frutto di sola ratio ma oggi sono mossa da istinti diversi. Timore, rabbia, tristezza si alternano in me manovrando le mie dita che scorrono sulla tastiera del PC, senza troppi filtri né opere diplomatiche di mediazione.

Sono stanca di leggere sui siti internet più disparati e di sentire con le mie stesse orecchie che "ormai" in V classe primaria non si può far niente per potenziare un sistema di lettura non ancora automatizzato. È quantomeno disarmante dire ad un genitore di un bimbo di soli 10 anni "mi spiace ma ormai è tardi per migliorare"...."ormai possiamo solo aiutarlo e tutelarlo, sia a scuola che in classe, con gli strumenti compensativi e dispensativi".

Perché non è mai troppo tardi!
Perché, se è assolutamente vero che è fondamentale aiutare i nostri bambini con Disturbo Specifico dell'Apprendimento con strumenti e tecniche che possano garantire loro l'accesso alla conoscenza ed il diritto allo studio, è altrettanto importante dar sempre loro la possibilità di migliorare.

Come ho più volte sottolineato in precedenti articoli, il potenziamento e l'aiuto viaggiano su due binari diversi ma paralleli, entrambi necessari (ma singolarmente non sufficienti) per migliorare la qualità di vita del nostro bambino. Entrambi percorribili senza limiti di età.
Quante volte in clinica vediamo ragazzi di 11, 12, 13 anni (se non di più) che per diverse ragioni non hanno mai ricevuto una diagnosi di DSA; quante volte giungono da noi genitori (preoccupati e spaesati) con una relazione in mano in cui è indicato che il proprio bambino è dislessico...punto; quante volte sentiamo lo stupore dei genitori quando indichiamo la possibilità di un potenziamento delle abilità sofferenti. Troppe volte.

Ho visto con i miei occhi i miglioramenti che training eseguiti con costanza e dedizione portano nella vita dei nostri ragazzi. I dati, estrapolati da Centri Clinici provenienti da diverse parti d'Italia, che utilizzano il trattamento integrato (Benso, 2004e 2008), confermano una realtà che noi viviamo quotidianamente.

È profondamente entusiasmante notare i movimenti ottenuti, anche in età adolescenziale (vedere anche Benso, 2010 in pubblicazione), misurando le sillabe al secondo pre e post trattamento e sentire i genitori (ed il ragazzo stesso) soddisfatto per i miglioramenti ottenuti in termini di concentrazione e profitto scolastico.

Per questo, perché so che se si lavora con pazienza, gradualità, motivazione, impegno i risultati si possono raggiungere, non riesco a rimanere inerme davanti a chi sostiene che ad una certa età le possibilità sono esaurite e non vale neanche la pena provare.

Ho constatato, prima da osservatrice quando muovevo i miei primi passi all'interno dell'Equipe del prof. Benso ed ora da collaboratrice che ha l'onore di lavorare con persone speciali , che non è mai detta l'ultima parola; che le possibilità di miglioramento si azzerano solo quando ci si arrende.

I miglioramenti sono diversificati per ogni caso, ma quello che conta è che molti raggiungono la velocità di lettura necessaria per essere autonomi nello studio (magari un po' più lenti, ma autonomi per poter affrontare scuole superiori ed Università).

A tal proposito sento di dover ulteriormente precisare che la realtà in cui vivo non è esclusiva, esistono Clinici e Ricercatori che si battono per questo stesso obiettivo se pur con armi diverse, ottenendo gli stessi risultati. Non si fermano davanti ai "cori" ed alla "massa" che sostiene il contrario e "sottovoce" continuano, proprio come noi, a svolgere il proprio lavoro con passione e ferma convinzione.

La realtà che vede anche altri metodi ottenere miglioramenti consistenti rafforza l'idea che il dire "non c'è più niente da fare" sia veramente una " triste" posizione di comodo (liste d'attesa che si accorciano, mancanza di training efficaci o altro...) senza nessun riscontro scientifico.

Teoricamente basterebbe anche un solo ragazzo che migliori per mettere in dubbio questa affermazione...

Per ritornare alla mia esperienza clinica LEGGI TUTTO L'ARTICOLO QUI

Nessun commento:

Posta un commento